02 mar 2011

LIBYA, ANNO ZERO

... E pensare che neanche 3 anni fa, Gheddafi aveva promesso innovazioni amministrative e una più ampia redistribuzione del reddito proveniente dal petrolio. Nello stesso anno a Tripoli è arrivata Condoleeza Rice, il primo segretario di Stato Usa a fare visita in Libia dal 1953. Pochi giorni prima invece era arrivato l’accordo con il premier italiano Berlusconi sui 5 miliardi di “indennizzo”, tra cui 2.3 impegnati per i 1.700 chilometri che dividono la Tripolitania dalla Cirenaica, oltre il golfo della Sirte. Negli stessi mesi veniva portato avanti l’acquisto dei diritti da parte della British Petroleum su un giacimento di olio e gas al largo di Benghazi, dentro il golfo della Sirte appunto.
Piccolo il mondo, specialmente quando i 5 milioni di libici si affollano nelle poche città che costellano il regno del Re dei Re africani, come fu dichiarato Muammar Gheddafi nel 2008 da oltre duecento leader del continente nero. Nero come l’olio. E come olio son scorsi via 42 anni di regime del Colonnello, il Duce della Jamahiriya socialista di Libya. 

Ero andato in Libia all’indomani degli scontri al consolato di Benghazi il 17 febbraio, tra l’altro tappa prevista del viaggio e saltata all’ultimo momento. Tripoli però l’ho vista bene, e con essa anche Nalut, Sebha e i gioielli Ghadames e Sabratha, città di Apollo, ricostruita dagli italiani e ora importante sito archeologico. Più a est invece si trova Leptis Magna, dedicata al culto di Dioniso, accanto alla cittadina di Zliten, già colonia di molti italiani emiliani e veneti. “Qui facevano tanto vino fino a qualche anno fa” – mi raccontava Mohammed, ragazzo conosciuto per strada fuori dal lussuoso hotel – rigorosamente pubblico – dedicato ai turisti. All’ombra della grande città dionisiaca, già luogo di nascita di Settimio Severo, la piccola Zliten cerca di fare soldi col turismo, ma i flussi sono ancora talmente bassi da non permettere un’organizzazione di qualsiasi tipo. In effetti, forse meglio così. Tanto che Mohammed, per la sorpresa di incontrare un italiano per strada per una volta da solo, senza guide né autista, mi invita a casa da lui. Suo padre ha lavorato come operaio cantoniere, anche con ditte italiane, e mi ripete con orgoglio le parole che più ricorda: “Meschino, Alfa Romeo, Brigate Rosse”.


Leggo dal suo libro, pubblicato da Manifestolibri nel 2006, ma sommessamente stampato per la prima volta nel 1993 a Sirte, sua città natale: “Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine!! È come un torrente impetuoso che non ha pietà di chi gli si trova dinnanzi!!” – e continua così, il racconto, intitolato “Fuga all’inferno” – “Non ascolta le sue grida, né gli tende la mano, anche quando questi chiede aiuto e implora… Ma lo travolge senza alcun riguardo.”
Una premonizione? “La tirannia del singolo è la più debole forma di tirannia, perché si tratta comunque di un singolo” – aggiunge lo scrittore Gheddafi in queste sue note, pubblicate in francese a Losanna nel 1996. “Quanto amo la libertà collettiva, la sua esplosione incontrollata dopo aver spezzato le proprie catene, mentre canta e salmodia dopo essersi lamentata ed aver a lungo sospirato: eppure io la temo e sono diffidente nei suoi riguardi!!”
Pochi sanno che in Libia sono gli uomini a ballare, mentre le donne suonano, da usanza berbera. E così era successo anche a me sulle dune di Ghadames, al confine con la Tunisia, luogo di riprese di Timbuctù, nonché patrimonio dell’Unesco. Nel mezzo delle danze, chiedo a Hanibal cosa ne pensa di Gheddafi. Lui è l’unico a parlare francese, gli altri capiscono solo l’arabo. Nonostante la mia guida, nonché il poliziotto impegnato sempre ad accompagnarci, mi avessero sconsigliato di fare domande politiche a chicchessia, ho pensato che Hanibal, essendo algerino, non avrebbe avuto problemi. Dopo uno sguardo torvo di quelli che nel deserto proprio non puoi scansare, Hanibal dichiara con eloquenza: “Noi algerini e i libici siamo fratelli. Non come gli egiziani, i tunisini, i marocchini. Noi siamo tribù, più di un popolo. Per noi l’ordine è fondamentale, e Gheddafi ha reso la Libya rispettabile, per questo vengono qui a lavorare da tutto il mondo, pure romeni, ucraini. E anche gli italiani, mi sembra, fanno ottimi affari con i libici.”
Gheddafi sembra sempre di più un Lawrence d’Arabia da secondo tempo, dopo aver perso la chance internazionale del 2008, l’apertura al turismo, con tanto di investimenti milionari con il magnate e filantropo Hassan Tatanaki e la progettazione architettonica di Norman Foster, già protagonista della ristrutturazione del Reichstag a Berlino. L’accordo con le tribù che popolano da sempre il deserto è venuto meno proprio come nel grande film di David Lean, che nel ’62 raccontava il delirio di onnipotenza di un inglese che voleva unire gli arabi, e finiva per fare il gioco della madrepatria inglese. “Di dove sei, italiano? Io conosco Inter, Milan, Juventus” – mi approccia concitato Ahmed, in compagnia dei suoi 3 cugini. Vengono da Agadez, in Niger, dove i Tuareg hanno, se possibile, anche più problemi che in Libia.
Gheddafi è pazzo” – mi dice sottovoce – “Lui fa uccidere la gente nel deserto. A Tripoli si sta bene sì, ma per chi viene dal Mali, Ghana, Niger, se non c’è lavoro loro ti schifano.” “Loro chi?” – chiedo, facendolo ravvedere del fatto che chiunque potrebbe essere una spia. Il nostro poliziotto è poco distante, ma non sembra capire il francese. Tra l’altro, non mi sembra neanche una cattiva persona. La stessa guida non ha problemi ad ammettere che di Gheddafi semplicemente non si deve parlare. Suleiman ci spiega “che è facile creare delle incomprensioni”, qui la politica si fa solo nella tenda giusta, con chi deve governare, e gli altri si occupano dei propri affari. Che, nonostante la popolazione sia abbastanza esigua, non mancano.

Immagina che qualcuno ti abbia legato mani e piedi per 42 anni, coprendoti gli occhi e la bocca” – dice il colonnello dell’aeronautica Adel ben Omran, 49 anni, al giornalista di Newsweek Babak Dehghanpisheh, “poi immagina che tu venga slegato, dopo aver vissuto tutta la vita così, è come essere in paradiso.” È il momento dell’ottimismo insomma, un nuovo ’68 che ha portato i giovani arabi a rischiare la propria vita piuttosto che abbandonarla al volere dei leader del secolo passato. È il momento in cui ogni cosa potrebbe succedere e in cui solo la paura può aiutare il nemico. E di paura adesso, i giovani di Benghazi possono fare a meno. “Abbiamo difeso le radio, diffuso le foto e i video degli scontri, tramite internet possiamo comunicare con tutto il mondo. Non siamo soli a volere che questo esperimento vada a buon fine” – è sicuro Hafiz, dello Libyan Youth Movement – “Questa è la nostra rivoluzione, i nostri figli sapranno cosa vuol dire libertà, inshallah.”
Molte speranze insomma nel governo dell’ex Ministro di Giustizia Mustafa Abduljalil, attivo in tutti i territori liberi da Gheddafi nell'est, nel sud e nell'ovest della Libia. Entro 3 mesi le elezioni, e poi si saprà se la Libia è davvero in grado di vincere la sua scommessa con la Storia.

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