10 mag 2011

GLI ARABI E L'ISLAM, DI FEDERICO ARBORIO MELLA


Se uno dovesse dar retta alle teorie post 11 settembre, ad Al Qaeda da una parte e allo scontro delle civilizzazioni dall’altra, dovremmo probabilmente dimenticare capolavori come Battaglia ad Algeri, di Gillo Pontecorvo, oppure relegare alle cassetto delle buone intenzione un libro come “Gli Arabi e l’Islam”, di Federico Arborio Mella. Pubblicato da Mursia nel 1981, “Gli Arabi e l’Islam” è un piccolo capolavoro che ripercorre 1000 anni di storia con la sapiente passione di uno storico antico. Da Maometto ai Mongoli, passando per Romani, Persiani, Berberi, Normanni e Visigoti, il libro di Arborio Mella è un compendio prezioso per chiunque voglia capire l’anima araba, ma soprattutto l’arrivo della civilizzazione sotto forma di Islam. Baghdad, Cairo, Palmira, Kabul, Bukhara, Damasco, Gerusalemme o San Giovanni d’Acri, innumerevoli sono i luoghi ricordati lungo la narrazione, che dalle prime dinastie di Medina e Mecca arriva fino all’invasione di Gengis Khan e al suo breve e anomalo sultanato che non s’occupò mai di religione.
Gli Arabi e l’Islam però tiene fede al suo titolo dando ampia importanza ai personaggi musulmani che più caratterizzano la storia araba e le sue molteplici declinazioni. Dall’imam nascosto della tradizione sciita fino a Saladino, la storia d’Islam è fitta di intrighi e vicende poco conosciute come quelle della setta degli Assassini, dall’arabo “hashashiyun”, “coloro che assumono l’hashish”, il cui maggior colpo terroristico ante litteram fu niente meno che l’uccisione del visir persiano Nizam al-Mulk, tutore del sultano Malikshah nonché autore di un celebre trattato sull’arte e la scienza di governare e fondatore di università di scienze politiche e teologiche, di cui la più celebre quella di Baghdad, nel 1067, ben prima delle università europee.
Alla luce degli avvenimenti odierni, il libro di Mella è utile per una migliore comprensione della complessità dietro al termine “religione”. Sunniti, Sciiti, ma anche decine di staterelli, sette e predicatori videro la luce in terra d’Islam, mai del tutto cementata dalla religione comune, soprattutto in base alla dominanza dell’etnia araba su quelle africane o asiatiche. Sin dai tempi di Maometto inoltre, i vicini che gli arabi avrebbero dovuto affrontare con sempre maggiore difficoltà erano i cristiani da una parte, eredi dell’impero romano, e i persiani dall’altra, poi accomunati sotto il nome di Allah, con l’esclusione degli ebrei che per secoli saranno una presenza sui generisin tutta la penisola arabica. Se la religione non poteva accomunare tutti i popoli di territori tanto vasti, doveva farlo la politica, in una difficile sintesi tra mondo iranico e arabo, tanto che la stessa capitale dell’impero si spostò con le sue dinastie più influenti: dalla Medina di Maometto alla Mecca dei Quraysh, l’Islam nacque come religione nomade e “imperialistica”, che voleva portare ordine tra le agguerrite tribù di Arabia e Medio Oriente. Se la Mecca rimase sempre la capitale spirituale, il centro politico si trovò presto a Baghdad, e da lì passò in Egitto prima e infine addirittura in Spagna. La distinzione tra potere politico e religioso si gioca insomma su un filo sottile e tagliente, dove il carisma personale va di pari passo con la fortuna degli eventi. È il caso di Gia’far, brillante capo della Baghdad dei primi anni del nono secolo fino alla sua caduta in disgrazia e decapitazione, che lo rese leggendario in una novella delle Mille e una Notte.
È un mondo antico quello che racconta Mella, ma che dimostra la sorprendente ampia superiorità culturale del primo mondo islamico sul tardo medioevo europeo alla luce di personalità straordinarie come Al Ghazzali o Avicenna. Medici, chimici, grammatici, cantori e ovviamente poeti resero le capitali della Mesopotamia e dell’Egitto il centro più avanzato del mondo conosciuto, fino all’incontro (per corrispondenza) simbolo dell’epoca, tra il califfo Harun ar-Rashid e il re cristiano Carlo Magno, erudito e raffinato il primo, prode soldato, ma analfabeta il secondo.
Per gli italiani poi il libro assume un significato speciale anche per la presenza di un interessante – e inevitabile – excursus sulla Sicilia. Sarà infine Federico II, che proprio in Sicilia aveva imparato a rispettare l’Islam, a trovare, secoli dopo, uno speciale accordo sulla visita dei pellegrini cristiani a Gerusalemme, prima di una nuova ricaduta nelle ostilità tra Europa e Arabia. Particolarmente gustosi sono a questo riguardo i capitoli che riguardano le crociate, dalla prima, una vera e propria emigrazione in massa da parte dei più poveri e derelitti su indicazione della chiesa di Roma, fino alle crociate di nobili e notabili europei: Normanni, Franchi, Templari, fino a un altro incontro che avrebbe lasciato il segno, quello tra Saladino e Riccardo Cuor di Leone, che riuscì a vincere sul primo per poi accapigliarsi con Austriaci e Tedeschi. È un’altra però la nazionalità che desta più curiosità, quella dei Turchi, nemici dell’Islam prima in quanto Impero romano d’Oriente, e poi lentamente assimilati, ma non del tutto. Sono di origine turca persino gli Uighur, l’unica popolazione musulmana di Cina, e pur essendo periferici al califfato, i Turchi ebbero modo di prendere il controllo politico grazie alla loro fama come corpo militare. E se questo non bastasse a invogliare a leggere questo testo, provate a immaginare i primi discendenti di una casa reale europea, figli del visigoto Roderico di Spagna, deportati al cospetto del califfo di Baghdad, che non aveva mai visto prima d’ora degli uomini biondi. 

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